ROMINA GUIDELLI – Ciò che vedi sta ancora diventando .

Roma, luglio 2025 – “Sono tornato dal Giappone. Ce l’ho negli occhi. Ora dipingo” – Lo so. Bentornato Mauro.Ed ecco che il Giappone affiora come un’esplosione controllata di immagini e colori. Le icone, protagoniste dal 2019 delle tele di Molle, si compongono secondo una grammatica esatta ma ancora più raffinata, figlia della tradizione del vuoto come essenza, propria del linguaggio giapponese: sulle tele dell’artista si alternano forme essenziali, simboli, fondi netti, luci e ombre e ogni profondità scompare. Tutto emerge, si offre frontalmente allo sguardo come se la superficie stessa diventasse soglia verso l’esterno. In questo slittamento di piani aggettanti l’oggetto si fa presenza, si impone come soggetto, mentre il Contemporary homo sapiens di Mauro Molle — figura ibrida, sospesa tra umano e animale — arretra o si riduce, si offre in piccoli “ferramenti”, per trasformarsi in testimone silenzioso dell’immagine iconica che lo sovrasta. Il tempo non scorre ma si addensa: affiora sulla superficie in apparizioni simboliche che tengono insieme passato e presente, tradizione millenaria e iper-modernità visiva, spiritualità e cultura di massa, silenzio e saturazione iconica. Fiori significanti. Colorati manga, moderni Kimoni. Animali adorati. Storia, tradizione e contemporaneità convivono nello stesso spazio percettivo, intrecciandosi fino a diventare immagine di un qui e ora assoluto, ma in continua trasformazione. Dal 2019, l’artista raccoglie e rielabora i segni del proprio tempo: oggetti di consumo, dispositivi tecnologici, marchi e simboli di status affiorano sulle sue tele come totem contemporanei, estratti dalla dimensione quotidiana e dalle esperienze, spesso decisive, dei suoi viaggi. Visioni rapide, quasi lampi, si depositano sulla superficie pittorica come immagini di miti contemporanei — privi di origine e durata — capaci di restituire, nella loro apparente leggerezza, la natura instabile e pervasiva del presente. In questo processo, l’ingresso delle immagini riferibili alla cultura giapponese assume un valore particolarmente significativo. Elementi naturali e artificiali si intrecciano, sollecitando un immaginario che, pur inscrivendosi nella contemporaneità globale, conserva una relazione profonda con la memoria, il rito e la stratificazione simbolica. Con la mostra Yoi tabi wo (Buon Viaggio) la pittura di Mauro Molle si misura con la proliferazione di oggetti e immagini come tracce di una modernità “liquida” ancora attraversata — e sostenuta — da residui di antiche credenze. In tutta la serie di opere su tela e su carta presentate in questa mostra, si coglie con particolare evidenza una tensione sottile, ma perfettamente calibrata, tra poli “d’interesse” e “di cultura” distanti. Da un lato, l’artista si misura con i principi estetici profondamente radicati nella cultura giapponese tradizionale: il wabi-sabi, che riconosce valore alla fragilità, all’imperfezione e al tempo che agisce sulla materia; il ma, inteso come intervallo e spazio attivo, intervallo tra le forme che ne regola il ritmo percettivo; il mono no aware, sensibilità verso la transitorietà delle cose, che trasforma l’impermanenza in, Sublime, esperienza estetica. Dall’altro, affiora con forza la cultura visiva contemporanea attraverso una proliferazione di immagini seriali e immediatamente riconoscibili, provenienti da un immaginario diffuso e condiviso: manga, maschere, fiori, design, segni e simboli che costituiscono un alfabeto iconico globale, capace di rendere le ispirazioni provenienti dal Giappone dispositivi visivi universali e attivi. È proprio in questo equilibrio — tra rarefazione e saturazione, tra silenzio ed eccesso — che la pittura di Molle trova la sua specifica intensità, restituendo opere in cui antico e moderno si palesano senza mai opporsi, in una costante danza di decodificazione e ridefinizione dei piani e dei tempi pittorici, delle interpretazioni concettuali e della figurazione esplicita. L’opera si offre come una superficie autosufficiente, priva di profondità illusionistica, densamente attraversata da stratificazioni di senso, secondo quella condizione che Takashi Murakami ha definito Superflat: una superficie in cui alto e basso, arte e consumo, si dispongono sullo stesso piano annullando ogni tradizionale gerarchia del visibile. In questa prospettiva, il Superflat non si esaurisce in una qualità formale, ma si rivela come un metodo critico capace di mettere in discussione l’intero impianto della rappresentazione occidentale: storicamente fondato sulla profondità prospettica e sull’ordine gerarchico dello sguardo. La profondità, in questo senso, non viene negata ma raccolta e compressa nella superficie, dove si redistribuisce in forma diffusa e simultanea. Livelli differenti di significato — culturali, simbolici, mediatici, commerciali — coesistono senza un centro stabile, dando luogo a un campo visivo in cui ogni elemento partecipa allo stesso grado di evidenza. La superficie si trasforma così in uno spazio “funzionale” e “funzionante”, in cui l’immagine accoglie dati multipli astratti dal reale, incluse ispirazioni e fantasie, li sovrappone e li restituisci come esperienza percettiva complessa, immediata e in continua metamorfosi. La pittura non rappresenta ma accumula, riflette e rielabora, il reale. La costruzione dell’immagine è necessariamente ancora più rigorosa e l’ordine è di personale interpretazione. Molle, sceglie che sia una figura dominante a organizzare lo spazio della tela, mentre presenze secondarie, Contemporary homo sapiens e pochi altri simboli iconici, si dispongono come proiezioni di un immaginario interno, contenuto dall’opera e nell’opera, multiplo perché figlio del background collettivo. Ne emerge la narrazione di nuove “Brevi storie del XXI secolo” in cui il quotidiano si sedimenta in forma aperta: anticipazione di un’evoluzione costantemente — e inquietamente — attesa. La pittura di Mauro Molle, dalla tela alla raffinata superficie della carta, con la mostra Yoi tabi wo si conferma quindi specchio critico del contemporaneo. Nello spazio dell’opera — sospeso tra istinto e ragione, natura e artificio — lo sguardo dell’osservatore viene trattenuto e restituito trasformato: più consapevole. Come nel ma, dove il vuoto si fa respiro e misura del visibile, e nel mono no aware, che affida alla transitorietà la rivelazione più intima del senso, l’immagine di Molle emerge come presenza sensibile, viva, attraversata dal tempo e dallo spazio e, proprio per questo, in incessante divenire.