ALICE CRISPONI – Il luogo dei sogni .

È di folgorazione che parlai al mio ritorno da un viaggio in Giappone e credo sia quanto di più vicino alla risultante della serie Yoi tabi wo; immagino che anche Mauro Molle ci sia passato, dunque, per quella stessa folgorazione, perché le sue opere ne sono nuda e disarmata rivelazione.

Mi riferisco a quel senso di spaesamento – termine sincero nella sua genesi – che si sperimenta provando a vivere con fittizia disinvoltura gli autobus di Kyoto, i cimiteri periferici di Nara per poi scontarsi nelle insegne di Osaka e nel gigantesco Gundam di Tokyo cercando di passare inosservati, confondendosi nella folla, ma inevitabilmente tradendo uno shock culturale che non si può immaginare di tale entità.

A disarmarci è l’incapacità di mediare l’esperienza sensibile di questo Paese.
Noi occidentali, figli della Civiltà dell’immagine, delle ricerche spaziali e prospettiche, fautori dell’innovazione e custodi di una tradizione millenaria, crediamo di avere tutti gli strumenti per decodificare il visibile ma al cospetto del Sol Levante non possiamo che arrenderci all’obsolescenza dei nostri paradigmi della visione perché il Giappone sembra rinnegarne ogni logica.

Solo accantonando la nostra ostentazione di conoscenza e rimuovendone le arbitrarie impalcature che la sottendono è possibile lasciarsi permeare, e non solo attraversare, da questa cultura così lontana da noi.

Nel suo Empire des signes Roland Barthes, rimasto colpito dal vuoto, dal silenzio, dai gesti rituali, raccontava il Giappone non tanto come realtà oggettiva, ma come esperienza estetica e mentale; per lui è un sistema di segni “puro”, lontano dalla semiocrazia occidentale e dalle sue ossessioni per il significato.

Ne è consapevole Mauro Molle che nella sua indagine è risalito alla cultura ottocentesca dell’immagine Giapponese, quando la rappresentazione si manifestava per strutture segniche più che per campiture di colore e l’inestistenza della prospettiva non era una mancanza di profondità quanto la concentrazione su un unico piano di più livelli di significazione della realtà, riflesso di una saggezza culturale e di una decodificazione non gerarchizzata delle cose del mondo.

Ed è questa forma mentis a governare il suo pennello che si trova a lambire la superficie delle carte con la sicurezza di un segno pregno dell’essenza (kokoro) delle cose, liberando lo sfondo dall’horror vacui, abbracciando piuttosto la bilanciata filosofia del Yohaku-no-bi (la bellezza del bianco in più), che più che assenza di contenuto è elemento attivo e pulsante della composizione.

Anche nelle sue tele Molle dimostra di aver guadagnato una sintonia con questo Paese, rinunciando a rappresentarne i simboli attraverso i filtri della propria cultura, quanto piuttosto accogliendoli sullo stesso piano con equa dignità, favorendo un’ibridazione del naturale con l’artificiale, dell’antico col moderno, del discreto con l’appariscente, come avviene nel Giappone contemporaneo ma forse come è sempre avvenuto nel suo approccio pittorico. E forse la folgorazione per Mauro Molle è stata anche questa: riconoscere che la visione del mondo del Sol Levante non era poi così lontana dalla sua visione artistica.

Aprile 2026